Uno sciopero per il futuro


Il 27 settembre oltre un milione di persone sono scese in piazza in 160 città d’Italia per il terzo Friday For Future, lo sciopero globale per il clima e nello stesso giorno cortei multicolori hanno attraversato 27 paesi in tutto il mondo. Ho partecipato alla manifestazione che si è svolta a Roma, la più imponente per numero di partecipanti insieme a quella di Milano (200.000 circa) e vorrei condividere con chi legge queste poche righe le sensazioni e le riflessioni ispiratemi da questa giornata.

La prima, la più importante, quella da cui bisogna partire per ogni successivo ragionamento è che, nonostante in Italia per molto tempo si sia preferito tacere l’argomento ed ancora oggi si faccia difficoltà a parlarne con chiarezza, senza pregiudizi di parte, settori sempre più ampi della popolazione cominciano a prendere coscienza della questione ambientale e del dramma del riscaldamento climatico e così, questa volta, a fianco dei numerosissimi, colorati, creativi, ironici giovani c’erano anche i lavoratori della scuola che, grazie allo sciopero indetto per l’occasione dalla nostra organizzazione sindacale l’ Unicobas, dai Cobas e anche dalla FLC-CGIL, hanno potuto manifestare lo sconcerto, il disappunto, financo la rabbia, per una situazione drammatica, per denunciare il fatto che ci troviamo sull’orlo di un abisso e per sottolineare l’urgenza dell’agire.

Certamente i principali protagonisti di questa giornata sono stati i giovani e i giovanissimi ( questa è un’ottima notizia!); quei giovani, la maggior parte dei quali, per molti anni sono scomparsi dalla scena politico-sociale, inghiottiti da una spirale edonistica, tanto vacua quanto pervasiva, espressione di quel sistema neoliberista che, considerandoli un enorme serbatoio di potenziali consumatori, li ha spinti in un’ossessiva e individualistica ricerca di desideri di stampo materialistico da esaudire dietro lauto pagamento e li ha privati, al contempo, di ogni “sogno”, di ogni progetto di trasformazione sociale, di ogni momento da condividere con l’altro ed ora, drammaticamente, anche di un futuro.

A questi giovani sembra essere tornata la voglia di prendere in mano le sorti del proprio destino (oltre alle due manifestazioni su menzionate occorre ricordare i 100,000 a Torino e Napoli, almeno 50mila a Firenze, più di 20mila a Bologna, almeno 15mila a Catania, diecimila a Genova e Cagliari ed anche a Bari e Parma), spinti dalla necessità di operare perché consapevoli del fatto che la loro generazione è la prima il cui futuro appare peggiore delle precedenti. E questi giovani con le loro manifestazioni ci lanciano un messaggio: non si può attendere ulteriormente, la crisi climatica è un problema altamente politico che coinvolge tutti e tutte, risolvere questo problema richiede un cambiamento politico reale – e un’azione collettiva che ci permetta di ottenerlo.

Un movimento, che come tutti i movimenti appare variegato ed eterogeneo e  presenta luci ed ombre: tra le prime il fatto che può, con la sua carica energica e radicale, mettere in crisi finalmente quella narrazione politica neoliberale che ha negli ultimi trent’anni sottomesso culturalmente gran parte della sinistra, narrazione fondata sulla percezione che non ci sia alternativa al capitalismo e che questo sistema, per mantenere il suo equilibrio, debba liberarsi dal welfare, dalla solidarietà, dalla democrazia e devastare l’ambiente. Di contro c’è il rischio che questo movimento si limiti ad essere una semplice proposizione di desiderata ai governanti o si trasformi, alla peggio, in un serbatoio da cui si possa attingere, in un futuro neanche troppo lontano, qualche parziale ricambio dell’attuale classe dirigente. Un rischio che già si è materializzato all’indomani della manifestazione del 27 settembre, quando tra i politicanti di professione (in particolare tra quelli del cosiddetto centrosinistra) c’è stato chi ha inopinatamente proposto di abbassare l’età dei votanti, vedendo in questi giovani un’insperata potenziale riserva di voti a loro favorevoli.

Un movimento che deve riconoscere chi sono i suoi alleati e avere ben chiari i propri obiettivi.

E’ in atto un chiaro tentativo di demonizzazione che va dai post paternalistici, alle battute sceme (su Greta e i “gretini”), dagli articoli complottisti e ignoranti, alle politiche delle destre negazioniste (alla Trump e Bolsonaro per intenderci), secondo le quali la prosperità economica della minoranza è molto più importante della sopravvivenza del pianeta e della maggioranza del genere umano, di conseguenza rifiutano l’accoglienza ai sempre più numerosi profughi ambientali, soffocano con violenza le rivolte contro la miseria che la devastazione ambientale e la crisi economica causerà sempre di più, perseverano nei progetti estrattivi, in particolare del carbone e del petrolio.

Altri settori delle élite politiche stanno tentando, invece, di inglobare ed anestetizzare il movimento, gli esempi si sprecano:  si va dal presidente  canadese Justin Trudeau, che negli ultimi anni del suo mandato ha puntato molto sulla costruzione di nuovi oleodotti e nuovi giacimenti di sabbie bituminose in Canada, al quale però non è sembrato paradossale decidere di scendere il 27 settembre in piazza con Fff contro i combustibili fossili, contro i distruttori del pianeta, al governo italiano che si dichiara al fianco dei giovani in piazza ma continua a finanziare grandi opere inutili come il TAV e il TAP, a costruire aeroporti e centri commerciali, ad elogiare le trivellazioni petrolifere devastatrici dell’ENI nel Delta del Niger, a mantenere in vita l’ILVA di Taranto, il primo produttore di CO2 della penisola e nella top ten delle maggiori fonti inquinanti d'Europa; si va da un sindacato ormai apertamente SI TAV, come la FIOM,  che ciò nonostante partecipa ai cortei nelle città italiane, fino ad uno sterminato numero di sindaci, assessori, borgomastri, majors, alcades … (il fenomeno è infatti internazionale) pronti a sbandierare la patente del più “green di tutti” in occasioni come quella del Fff, per poi rinnegare tutto con gli atti politici che assumono non appena i riflettori dei media si spengono.  

Questo movimento deve quindi fare attenzione a chi ha al proprio fianco, con chi condivide le lotte e le rivendicazioni. Basta un niente che ci si “ritrova il nemico marciare alla testa del proprio corteo” e per evitare questo pericolo è necessario che il movimento abbia ben chiaro che la crisi ecologica che stiamo vivendo globalmente è il prodotto diretto del capitalismo, con la sua incessante ricerca di nuovi mercati, di nuove merci, con il suo disordine produttivo basato sullo sfruttamento del lavoro dei più e sulla distruzione delle risorse naturali, non concependo, per suo statuto, limiti o barriere allo sviluppo dei profitti.

E la soluzione non è certo il tanto decantato “Green New Deal”, in quanto la green economy non è altro che l’ennesimo tentativo da parte del capitale di riciclarsi, utilizzando l’economia di mercato sotto nuova veste (in questa caso per superare la crisi ecologica), ma inutilmente. E’ solo una risposta per mantenere inalterato lo status quo, per riconfermare il sistema economico-sociale vigente, ma non può assolutamente risolvere le gravi contraddizioni di cui è esso stesso la causa scatenante.

Né tantomeno si può pensare che con le sole scelte individuali si possa risolvere la crisi climatica. Se da un lato assumere un comportamento corretto nei confronti dell’ambiente è auspicabile oltre che necessario, è pur vero che l’incidenza delle scelte dei singoli è minima; è, invece, sovrastimata in alcuni settori del mondo ecologista (tra i quali è facile riscontrare una sorta di “religione verde” e di conseguenza una tendenza molto forte alla colpevolizzazione del singolo che non ne segua i precetti), ma sono proprio i responsabili del disastro ambientale (le grandi aziende, le multinazionali ecc…) ad addossare le colpe e i costi della transizione ecologica al cittadino comune, in particolare alle fasce economicamente più svantaggiate della popolazione (quelle che non possono permettersi l’acquisto dell’automobile ibrida o di fare la spesa nei negozi di agricoltura biologica ecc…), assolvendosi e mantenendo, se non addirittura aumentando, il loro attuale potere.

Per questo movimento è giunta l’ora di compiere scelte radicali, di abbandonare una politica di pseudo riforme fino ad ora drammaticamente fallimentare, che ha permesso solo il mantenimento dello stato presente delle cose. E’ il momento di interagire con un più generale movimento per l’emancipazione sociale, di accompagnare alla critica ambientalista una proposta politica complessiva che abbia come obiettivo il superamento dell’attuale sistema basato sull’ingiustizia, i privilegi, le differenze di classe, etnia, genere e specie e la realizzazione di una nuova società basata sull’autogestione, sulla libertà e sul giusto equilibrio tra uomo e natura.

Se i giovani protagonisti di questo movimento avranno il coraggio e la forza di percorrere questa strada sappiano che avranno sempre al loro fianco l’Unicobas scuola!

 

Stefano Lonzar